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La metafora del tassista: guidare le relazioni nel coworking

Articolo a cura di Tiziana Marchese

Il tassista accoglie la richiesta dell’utente, lo preleva all’indirizzo concordato e lo trasporta
infine alla destinazione desiderata.

È stata l’esperienza del coworking a risvegliare in me il dono dell’accoglienza.
Ci sono pratiche umane che favoriscono lo sviluppo dell’indole e permettono di andare
oltre, questa ne è un esempio.
Nel 2010 ho intercettato il fenomeno, non compreso nella valenza globale mi aveva
comunque lasciato un segno forte, indelebile, ben presto l’avvenimento è esploso in grandi
città europee, avevo percepito la potenzialità e l’anno seguente ho favorito il suo sviluppo
in azienda per farlo germogliare.
Il desiderio che avevo e che noi di mod-o cercavamo come gruppo, era aprirsi alle
contaminazioni, processo che comportava l’apertura in primis del proprio luogo di lavoro.
Il passo immediatamente successivo è stato diventare coworker all’interno della propria
attività e dare origine al significato della parola ospite, con la reciprocità del patto di
ospitalità: chi dà ospitalità e chi la riceve è la stessa persona.
Ad oggi è diventata consuetudine ospitare, ricevere una prenotazione, raccontare i propri
spazi di lavoro per far cogliere al possibile ospite la rispondenza alle proprie esigenze.

È cambiato anche il modo di lavorare.
Con leggerezza coinvolgo le persone che esprimono curiosità, che lasciano intendere
interesse verso quello che sto facendo.
Parlare del progetto al quale sto lavorando mi libera dal mio stesso pregiudizio e se il tono
della voce si alza un po’, chi occupa la scrivania più lontana gira lo sguardo e dice la sua e
in breve un’idea, un segno che mi apparteneva è diventato di tutti.
Così vale per coloro che vogliono mettere in atto questa pratica, possono vedere, sentire,
sperimentare, il pensiero diventa condiviso e lungo il percorso si carica di altri colori, si
deforma, ingloba, si depura, si trasforma, si espande in altre direzioni.
Il pensiero è plasmato dal gruppo spontaneo ed è di tutti, mi piace vivere nella sensazione
dell’appartenenza allargata.
Le idee sono bene comune, lo spazio dove stiamo è bene comune di una piccola e grande
comunità che si identifica nei valori che abbiamo scelto, per creare un nuovo modello di
società che dia spazio anche alla felicità quotidiana.

La mia felicità l’ho investita nell’attesa relazionale che viene soddisfatta attraverso la
famiglia, le relazioni amicali, sentimentali, lavorative, formative e che si rafforza attraverso
la reciprocità, il momento felice viene rafforzato dalla presenza dell’altro.
Anche il design relazionale oggi si orienta verso pratiche che alimentano l’abbattimento dei
limiti tra le professioni, i territori, tra spazi sociali e virtuali, una sorta di nomadismo
strutturale che ci aiuterà a riflettere sui modi di progettare e di avere cura.

Per ora il mio sguardo è attratto da piccoli pezzi di territorio, lembi di terra che hanno il
potere di modificare la chimica del mio corpo, pratico il gesto più antico che ha permesso
all’umanità di esistere ed è quello di nutrire la terra della mia energia, con piccole azioni
che sto imparando, che mi restituiscono molto di più di quello che investo.
Durante un incontro con un amico che sta sperimentando nuovi modelli di economia
solidale ho trattenuto il respiro alla domanda: il tuo star bene che quota di natura ha
dentro?
Questa domanda lascia aperto un campo di progettualità infinito e di rimessa in
discussione di un diritto davvero naturale in nome di quel patto di simbiosi e reciprocità
che siamo chiamati a stringere con la Terra.

testo tissi.pages

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